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Alcuni grafici per l’Italia, Strategia Energetica Nazionale

In Italia la situazione consumo di energia è ovviamente diversa dallo scenario mondiale, per il momento dominato dai paesi in espansione.

Ormai sono sette anni, e sono convinta che varrà anche per il 2012, che il consumo di energia in Italia scende.

La popolazione però continua per ora la sua rapida salita. Infatti, fino al 2004 la correlazione tra consumo di energia e la serie storica per la popolazione era di 0,92, ma per gli ultimi sette anni è di 0,86. Sempre altissimo, ma in discesa.

Purtroppo per l’Italia tutte queste persone in più non riescono a contrastare una demografia a vaso cinese, e gli effetti dell’austerity sul bilancio fine mese. Una popolazione sempre più anziana semplicemente non ha bisogno di comprare nuove cose, anche se avesse i soldi. Il PIL segue il consumo di energia. O era il contrario? Nessuno l’ha mai chiarito una volta per tutte.

 La correlazione tra il consumo di energia e il PIL è di 0,96.

 

Entrambi i fattori sono in rallentamento già dai primi punti data come si vede dal grafico della crescita (decrescita) annuale. Ho aggiunte le linee trend per chi si lamenta dell’alta volatilità. La crescita annuale del consumo di energia è destinato a parcheggiarsi per molto tempo sotto lo zero. E con quello, il PIL.

Questo si chiama decrescita, fa moltissima paura ai politici, ma è il destino dei paesi estremamente indebitati, con stato welfare fine a se stesso (quanti sono i bidelli al comune di Milano che non sono neanche in grado di fare una fotocopia, anche perché è il loro diritto di non alzarsi dalla sedia?), con una popolazione sempre più anziana, in bisogno di pensioni e di cure.

Per fortuna è previsto che l’intensità energetica migliori di anno in anno, regalandoci più PIL pro caloria spesa. E non solo dovrebbe migliorare, ma questo processo dovrebbe addirittura accellerare, perché altrimenti non sarà possibile avere un PIL in crescita positiva, visto che la crescita del consumo di energia sarà sempre minore, se non fermo o negativo.

Per ora il grafico dell’intensità energetica in Italia è poco rassicurante:

Praticamente fermo da più di un decennio.

Ma grazie al SEN ci saranno le tecnologie, e soprattutto l’implementazione delle tecnologie a scala nazionale in soli dieci anni, tale da invertire questo trend dell’intensità energetica fermo e rilanciare la crescita del paese.

Grafici Esportazione Opec agosto 2012

NOTA: Aggiornato dopo che Medo e Pinnettu gentilmente mi hanno fatto notare di aver pasticciato i dati.

Il mio post del 5 marzo 2011 sull’esportazione OPEC era da aggiornare. Sono passati 18 mesi, vedremo se reggono le esportazioni di petrolio. La definizione di petrolio è quella di JODI.

In ogni grafico vengono tracciati la produzione, l’esportazione, l’esportazione come percentuale della produzione, e poi anche la media mobile della percentuale a 24 periodi, cioè 2 anni. Così dovrebbe emergere un trend più stabile. I dati si fermano ad agosto 2012.

L’ordinata delle percentuali (dx) va da 0 a 100, mentre l’ordinata per la produzione petrolifera (sx) è stata tagliata in modo da evitare che le varie linee si sovrappongono.

Arabia Saudita:

La produzione saudita è a livelli da record da più di un’anno.

Per quanto riguarda le esportazioni abbiamo la media mobile che da gennaio 2011 è positiva, indicando che la percentuale esportazione su produzione è salita da 70% a 75% ca. Non hanno raggiunto per ora i livelli pre-crisi di 80% ca.

La flessione nella produzione causata dal crac finanziario è stata quindi più che compensata da questi 14 mesi di superproduzione. Ma solo lato produzione. Lato esportazione, invece, numeri reali, le esigenze energetiche degli sauditi stessi hanno impediti che si salisse ai livelli pre-crisi.

Ecuador:
Ammirevole costanza da ormai 7 anni, con esportazioni sempre intorno ai 70% della produzione. Il paese è il produttore più piccolo dell’OPEC, ma ciononostante il settore petrolifero è responsabile per il 50% degli introiti da export e di 1/3 degli introiti fiscali.  Esportano una quota fissa in Cina per accedere a prestiti agevolati da loro per poter costruire nuovi impianti idroelettrici.

Emirati Arabi:
Anche gli Emirati hanno ripreso la produzione pre-crisi, andande anche a superarla con un nuovo record di 2,8 milioni di barili al giorno in luglio.
Per ora le esportazioni non sono quelli massimi della primavera 2008, quando la percentuale esportazioni su produzione stava ancora intorno ai 95%, trend lineare in vigore da almeno il 2002, ma interrotto in novembre 2009, quando la mancata produzione ha portato la percentuale a 90%.

Iran:
Dati parzialmente mancanti per gli ultimi mesi, ma secondo la IEA agosto ha prodotto solo 2,83 milioni e settembre 2,63. Quindi una discesa abbastanza rapida dal dato di maggio di 3,7mln.

Le esportazioni ora sarebbero intorno ai 880mila,  quindi addirittura 1mln sotto l’ultimo dato JODI.
Iran esporta ca il 50% della produzione, ma il paese in questo momento soffre di una inflazione probabilmente a livelli di iperinflazione. Dopo l’inizio delle sanzioni nel 2010 la valuta locale, il rial, è sempre diventato più debole. Poi, questa primavera l’esclusione dal sistema SWIFT ha dato il colpo di grazia. A parte la corea del nord potrebbe essere il paese più miserabile del pianeta. Ovviamente l’UE si dimostra un bravo cagnolino e ha anche lei imposto un’embargo dal primo luglio quest’anno.

Iraq:
Nel 2011 l’Iraq era riuscita a tornare ai livelli pre-invasione americana del 2003. Ci hanno messo 8 anni. I dati per il 2012 sembrano indicare che si potrebbe arrivare ai livelli di prima della guerra del golfo. Gran parte della ripresa è dovuta agli sviluppi nello Kurdistan, forse finalmente vicina a una legislazione che li tuteli rispetto al governo in Baghdad. Esportazioni comunque sempre allo stesso livello, ca 80%.

Kuwait:
La produzione annuale è rimasta quasi uguale tra il 2005 e il 2011. I 500mila barili persi durante la crisi sono stati recuperati e il 2012 sarà un anno da record. Anche la media mobile per l’esportazione è il salita. È l’industria più importante del paese, e rappresenta il 75% del PIL.

Libia:
Dati parzialmente mancanti. Ovviamente la guerra del 2011 ha ridotto moltissimo la produzione, ma sembra che siano sulla strada della ripresa. Un fortissimo rimbalzo è avvenuto negli ultimi mesi, nonostante il nuovo governo stia cercando di capirci qualcosa dopo gli anni di totale opacità Gheddafica.

Nigeria:
Nonostante le variazioni nella produzione riescono sempre a esportare intorno ai 95%, perché la popolazione non ha accesso né a elettricità e figuriamoci a carburanti fossili. Si va a legna.

Il record di produzione è stato nel settembre del 2010. Il paese è il produttore africano più grande, ma è tormentato da continue violenze. La capacità produttiva è probabilmente sopra i 3 milioni, ma strutture e staff petrolifero vengono spesso attaccato da gruppi locali che vogliono una fetta della ricchezza per se. Anche le pipeline sono sotto assedio, perché impossibile controllarle e viene facili rubare petrolio bucandole. I problemi di sicurezza sono in aumento e nel 2011 sono stati trivellati solo 3 pozzi di esplorazione in tutto.

Qatar:
La produzione non si è più ripresa dopo la crisi finanziaria. Ora è sempre intorno ai 700mila barili, e ovviamente l’esportazione ne ha risentito.

Come percentuale sulla produzione c’è una leggera flessione.

Il giacimento swing del paese, l’offshore Al Shaheen, avrebbe dovuto produrre sopra i 500mila barili al giorno, ma l’operatore Maerso Oil ha deciso di tenerlo su un plateau di 300mila per un periodo prolungato. Usando le solite tecnologie innovative che esistevano già 50 anni fa, ma economicamente fattibili solo ora.

Venezuela:
Esportazioni in forte declino fino a febbraio 2011 ca, da li in poi vediamo una ripresa, anche come percentuale sulla produzione, che invece è rimasta piatta.

Dell’esportazione ben metà va agli Stati Uniti, in settembre 965mila barili al giorno. Gran parte del resto va agli paesi soci del Petrocaribe, paesi come Nicaragua e Cuba che senza questo salvagente inventato da Chavez non avrebbero potuto consumare ai livelli attuali.

Algeria:
Il trend negativo dell’Algeria è intatto. È da maggio 2006 che la produzione diminuisce. Con questo anche l’esportazione, che ormai è intorno ai 60% della produzione. In lenta ma inesorabile discesa dai livelli massimi ai quasi 70%.

Angola:
I picchi di produzione ed esportazione dell’estate 2008 non sono più stati raggiunti. La ripresa quest’anno sembra di essersi fermata a un livello leggermente più basso.
Ma esportano comunque tutto quello che producono. E in un tentativo lodevole di non far sparire tutti gli introiti in corruzione hanno messo in piedi un fondo sovrano di 5 miliardi di dollari. Il fondo riceverà flussi equivalenti alla vendita di 100.000 barili al giorno.

TOTALE OPEC:
Sommando tutti i paesi vediamo che la produzione non arriva ai massimi pre-crisi, nonostante alcuni record ultimamente, come quello saudita.
Il picco di produzione durante la scorsa primavera ha fermato la discesa della media mobile della percentuale intorno ai 75%, non lontano dai 78% dell’estate 2006.

Ma in numeri siamo lontani dal picco. Febbraio 2008, 26 milioni esportati ogni giorno. Gennaio 2012, 23,5 milioni al giorno.

Carbone, un giro di grafici

Nell’ultimo anno la corsa alla caloria economica l’ha vinto il carbone, anche se per poco. Un anno fa avevo indovinato abbastanza bene, e cioè che il carbone sarebbe cresciuto molto. È ancora abbastanza economico, molto abbondante, e facile da trasportare. Tutti i dati BP.

Infatti, dal 2000 al 2010 il consumo è cresciuto di 48%, produzione di 58%,  con un sorprendente salto 2009-2010 nel consumo di ben 7,6% o 250 Mtoe. (In confronto, il gas naturale è cresciuto tante anche lui, di 7,4%, ovvero 197 Mtoe.)

L’unico anno nell’ultimo decennio in cui è diminuito era il 2009, per il resto c’era sempre crescita, anche se stava rallentando dal 2004. Chissà se guardando il carbone si poteva capire molto prima che il mondo stava entrando in recessione. Carbone come Cassandra.

Perché se guardiamo il 2008 è proprio misero quel piccolissimo punto di crescita. Come se già nel primo semestre avessero sentito che il mondo stava rallentando. Poi il crollo e la contrazione nel 2009. Che quindi da li doveva aumentare era chiaro a tutti.

Ma quel salto così grande dal 2009 al 2010 era difficile da prevedere.

Come si può vedere, la crescita è asiatica. Cina +10,1%, India +10,8% e Giappone +13,7%.

Cina è il consumatore più grande, seguito dagli Stati Uniti, India e Giappone:

Gli Stati Uniti è l’unica nazione dei quattro più grandi che sul periodo 2000 – 2010 ha diminuito il consumo, e cioè di 7,8%.

La Cina e gli USA sono anche i produttori più grandi, seguiti dall’Australia che però consuma solo il 18% di quello che produce, non tutto quanto.

Ora che la produzione di petrolio è piatta, se non in diminuzione, i paesi emergenti, in forte crescita, dovranno trovare energia economica da qualche parte. Questa energia economica non è né nucleare, né rinnovabile, ma gas e carbone.

Quando guardo le riserve noto che ora la BP le calcola a 861 milioni di tonnellate, con un Reserves-to-production (R/P) ratio di 118 anni. Nel 2007 le cifre erano 909 milioni e R/P di 147 anni. Questa perdita di 30 anni di riserve in soli 4 anni dovrebbe dipendere dal fatto che hanno revisionato i numeri per l’antracite rispetto ai carboni meno nobili, sub-bituminosi e lignite. Dalla fine del 2006 l’antracite infatti è diminuita del 15%, mentre lignite&co è aumentato del 6%. In tutto le riserve sono diminuite del 5%.

Questo è grave per l’industria. Il carbone che serve per le applicazioni siderurgiche è proprio l’antracite, che ovviamente sta salendo di prezzo. Nel 2009 l’Italia la qualità più alta l’ha pagata 184 USD/tonnellata metrica, mentre ancora nel 2005 veniva pagata sui 94 USD/tonnellata il primo semestre e 117 USD nel secondo semestre. (Dati: Ministero dello sviluppo economico)

Se guardiamo il grafico per il consumo, diviso per categorie, vediamo che finalmente hanno dichiarato il consumo delle rinnovabili, non solo l’idroelettrico:


Negli anni precedenti i numeri per le rinnovabili riguardavano solo la capacità installata. In totale il consumo di energia è cresciuto del 5,7%. Pessima la crescita delle rinnovabili non-idro con quei 15,5%.

15% di crescita ha sicuramente arricchito qualche investitore, ma migliorato il mondo, no. Le rinnovabili sono sempre una strisciolina quasi invisibile in alto della colonna. 15% di crescita significa andare da 1,2% sul consumo totale, a 1,3%.

La crescita asiatica è accompagnata da carbone e gas, mentre la decrescita americana è accompagnata dalle rinnovabili. Può essere? Bravi comunque gli Stati Uniti, che da soli consumano più energia rinnovabile che tutta l’Asia messa insieme.

Per finire, devo indovinare qualcosa anche per il 2011. Direi 6% di crescita per il carbone. Abbiamo un appuntamento fra un anno.

Carbone, un giro di grafici

Nell’ultimo anno la corsa alla caloria economica l’ha vinto il carbone, anche se per poco. Un anno fa avevo indovinato abbastanza bene, e cioè che il carbone sarebbe cresciuto molto. È ancora abbastanza economico, molto abbondante, e facile da trasportare. Tutti i dati BP.

Infatti, dal 2000 al 2010 il consumo è cresciuto di 48%, produzione di 58%,  con un sorprendente salto 2009-2010 nel consumo di ben 7,6% o 250 Mtoe. (In confronto, il gas naturale è cresciuto tante anche lui, di 7,4%, ovvero 197 Mtoe.)

L’unico anno nell’ultimo decennio in cui è diminuito era il 2009, per il resto c’era sempre crescita, anche se stava rallentando dal 2004. Chissà se guardando il carbone si poteva capire molto prima che il mondo stava entrando in recessione. Carbone come Cassandra.

Perché se guardiamo il 2008 è proprio misero quel piccolissimo punto di crescita. Come se già nel primo semestre avessero sentito che il mondo stava rallentando. Poi il crollo e la contrazione nel 2009. Che quindi da li doveva aumentare era chiaro a tutti.

Ma quel salto così grande dal 2009 al 2010 era difficile da prevedere.

Come si può vedere, la crescita è asiatica. Cina +10,1%, India +10,8% e Giappone +13,7%.

Cina è il consumatore più grande, seguito dagli Stati Uniti, India e Giappone:

Gli Stati Uniti è l’unica nazione dei quattro più grandi che sul periodo 2000 – 2010 ha diminuito il consumo, e cioè di 7,8%.

La Cina e gli USA sono anche i produttori più grandi, seguiti dall’Australia che però consuma solo il 18% di quello che produce, non tutto quanto.

Ora che la produzione di petrolio è piatta, se non in diminuzione, i paesi emergenti, in forte crescita, dovranno trovare energia economica da qualche parte. Questa energia economica non è né nucleare, né rinnovabile, ma gas e carbone.

Quando guardo le riserve noto che ora la BP le calcola a 861 milioni di tonnellate, con un Reserves-to-production (R/P) ratio di 118 anni. Nel 2007 le cifre erano 909 milioni e R/P di 147 anni. Questa perdita di 30 anni di riserve in soli 4 anni dovrebbe dipendere dal fatto che hanno revisionato i numeri per l’antracite rispetto ai carboni meno nobili, sub-bituminosi e lignite. Dalla fine del 2006 l’antracite infatti è diminuita del 15%, mentre lignite&co è aumentato del 6%. In tutto le riserve sono diminuite del 5%.

Questo è grave per l’industria. Il carbone che serve per le applicazioni siderurgiche è proprio l’antracite, che ovviamente sta salendo di prezzo. Nel 2009 l’Italia la qualità più alta l’ha pagata 184 USD/tonnellata metrica, mentre ancora nel 2005 veniva pagata sui 94 USD/tonnellata il primo semestre e 117 USD nel secondo semestre. (Dati: Ministero dello sviluppo economico)

Se guardiamo il grafico per il consumo, diviso per categorie, vediamo che finalmente hanno dichiarato il consumo delle rinnovabili, non solo l’idroelettrico:


Negli anni precedenti i numeri per le rinnovabili riguardavano solo la capacità installata. In totale il consumo di energia è cresciuto del 5,7%. Pessima la crescita delle rinnovabili non-idro con quei 15,5%.

15% di crescita ha sicuramente arricchito qualche investitore, ma migliorato il mondo, no. Le rinnovabili sono sempre una strisciolina quasi invisibile in alto della colonna. 15% di crescita significa andare da 1,2% sul consumo totale, a 1,3%.

La crescita asiatica è accompagnata da carbone e gas, mentre la decrescita americana è accompagnata dalle rinnovabili. Può essere? Bravi comunque gli Stati Uniti, che da soli consumano più energia rinnovabile che tutta l’Asia messa insieme.

Per finire, devo indovinare qualcosa anche per il 2011. Direi 6% di crescita per il carbone. Abbiamo un appuntamento fra un anno.

Il problema etico dei grafici

È più giusto questo:

oppure questo?:

Come vedete, nel secondo grafico ho accorciato l’ordinata parecchio e non va più da 0 a 100 ma da 60 a 95 mila. Di conseguenza l’aumento della produzione di idrocarburi liquidi degli ultimi anni sembra miracolosamente ripartito a febbraio/marzo 2009, e chissà stabilendo addirittura un nuovo paradigma? Con picchi più alti (sigma 2) e media più alta e bassi più alti del vecchio paradigma, partito pare, nel settembre 2003.

Può darsi che il nuovo paradigma della produzione del petrolio regga per qualche anno, ma ricordiamoci che stiamo sempre parlando di una risorsa finita.

Sono pochissimi i casi dove mi permetterei di dire che una attività possa aumentare la sua produzione, cambiando paradigma forse ogni vent’anni.

Adesso che ci penso, l’attività deve coinvolgere esseri umani, ma non può coinvolgere assolutamente nessun tipo di risorsa, perché sono tutti finibili.

Canto a cappella, qualcuno?

Il problema etico dei grafici

È più giusto questo:

oppure questo?:

Come vedete, nel secondo grafico ho accorciato l’ordinata parecchio e non va più da 0 a 100 ma da 60 a 95 mila. Di conseguenza l’aumento della produzione di idrocarburi liquidi degli ultimi anni sembra miracolosamente ripartito a febbraio/marzo 2009, e chissà stabilendo addirittura un nuovo paradigma? Con picchi più alti (sigma 2) e media più alta e bassi più alti del vecchio paradigma, partito pare, nel settembre 2003.

Può darsi che il nuovo paradigma della produzione del petrolio regga per qualche anno, ma ricordiamoci che stiamo sempre parlando di una risorsa finita.

Sono pochissimi i casi dove mi permetterei di dire che una attività possa aumentare la sua produzione, cambiando paradigma forse ogni vent’anni.

Adesso che ci penso, l’attività deve coinvolgere esseri umani, ma non può coinvolgere assolutamente nessun tipo di risorsa, perché sono tutti finibili.

Canto a cappella, qualcuno?

Grafici Esportazione OPEC

Ho sottoposto il famoso profilo del WTI da gennaio 2002 a dicembre 2010 (quindi pre-crisi mediorientale) ai grafici esportazione – produzione OPEC. I dati sono di JODI.

Così ognuno si può fare un idea sulle possibilità dei singoli paesi OPEC di aumentare l’esportazione.

Una situazione sospetta sarebbe dove l’enorme aumento del prezzo con inizio gennaio 2007 non ha portato a un aumento della produzione, oppure a un ultimo sforzo di produrre di più in un trend negativo.

Continua a leggere…

Grafici Esportazione OPEC

Ho sottoposto il famoso profilo del WTI da gennaio 2002 a dicembre 2010 (quindi pre-crisi mediorientale) ai grafici esportazione – produzione OPEC. I dati sono di JODI.

Così ognuno si può fare un idea sulle possibilità dei singoli paesi OPEC di aumentare l’esportazione.

Una situazione sospetta sarebbe dove l’enorme aumento del prezzo con inizio gennaio 2007 non ha portato a un aumento della produzione, oppure a un ultimo sforzo di produrre di più in un trend negativo.

È da maggio 2006 che l’Algeria esporta sempre di meno. Un ulteriore sforzo di guadagnare sui prezzi è stato fatto verso marzo 2010, ma si trattava solo del canto del cigno.

Angola, un paese poverissimo. Non consumano praticamente niente del petrolio prodotto. Fra poco saranno ancora più poveri, visto che la produzione sembra essere in un trend negativo, anche dopo questi 12 mesi di prezzi in aumento.

La supertritata Arabia Saudita, che dopo ogni aumento di esportazione crolla con una specie di sollievo quasi udibile.

Ecuador, un paese che per tanti anni voleva ma non poteva fare parte dell’OPEC perché non riusciva a pagare i 2 milioni di dollari di tassa d’adesione. Speriamo riescano a tenere in piedi la produzione ancora per qualche decennio.

Gli Emirati Arabi hanno sempre consumato pochissimo petrolio, solo ca 1/6 del consumo saudita. Ora però la produzione è così bassa, e il consumo in aumento, che l’esportazione per forze deve diminuire.

Dopo la revoluzione nel ’79 quasi 80% della produzione si è persa. Il recupero è stato estremamente lento e ancora l’Iran non produce ai livelli pre-revoluzione.

I dati JODI vanno solo dal 2007. Il primo declino brusco è venuto durante la guerra contro l’Iran. Ci sono voluti molti anni per arrivare ai livelli di prima. Dopodiché è stata la guerra del Golfo a fermare la produzione, ma era dovuto all’embargo imposto dal resto del mondo. Poi l’invasione US nel 2003 ha tolto metà della produzione e oggi, dopo sette anni, la produzione non si è ripresa.

Eccoci qua, alla Libia. A giudicare dai due esempi precedenti, anche dopo tantissimi anni un paese produttore non si riprende da una guerra, guerra civile, terre bruciate. Ormai manca già un milione di barili dalla produzione, che forse non ci saranno mai più.

Un paese che ha piccato nel ’72, arrivato a produrre quasi niente durante la guerra con l’Iraq.  Né durante il primo aumento dei prezzi, né ora il Kuwait riesce ad aumentare produzione e esportazione.

Un’altro paese poverissimo che esporta tutto quello che produce. Evidentemente non è in corso un Export Land Model, visto che la Nigeria è l’unico paese OPEC che ci sta riuscendo ad aumentare produzione/esportazione man mano che i prezzi aumentano.

Tipicissimo profilo di un paese che ha piccato. Forse con qualche sforzo riusciranno a produrre di più, ma dal trend negativo dell’esportazione è chiaro che loro stessi hanno bisogno di petrolio.

La curva della produzione sembra totalmente scollegata dal prezzo di petrolio. Si vede che hanno così tanto bisogno di soldi che lo vendono a qualsiasi prezzo. Esportazioni in forte declino.

Neve, vento, freddo, chi ci guadagna

Chiunque abbia interessi nel gas dovrebbe aggiornarsi regolarmente sulla questione macroclima.

Oltre alle famosi previsioni meteorologiche a 5 giorni, che leggiamo un po’ come l’oroscopo, volentieri ma senza darci tanto peso – qua a Rio non beccano neanche la previsione in tempo reale, fuori c’è il sole, e il meteo dice che piove – esiste questa cosa decisamente più utile per capire se ci sarà neve in montagna per le vacanze. Prendendo poi in considerazione tutte le altre informazioni, il macroclima darebbe una dritta anche a chi non sa per esempio se andare long o short sul gas. Continua a leggere…

Neve, vento, freddo, chi ci guadagna

Chiunque abbia interessi nel gas dovrebbe aggiornarsi regolarmente sulla questione macroclima.

Oltre alle famosi previsioni meteorologiche a 5 giorni, che leggiamo un po’ come l’oroscopo, volentieri ma senza darci tanto peso – qua a Rio non beccano neanche la previsione in tempo reale, fuori c’è il sole, e il meteo dice che piove – esiste questa cosa decisamente più utile per capire se ci sarà neve in montagna per le vacanze. Prendendo poi in considerazione tutte le altre informazioni, il macroclima darebbe una dritta anche a chi non sa per esempio se andare long o short sul gas. Non si tratta di sole o pioggia per il tuo compleanno, cioè il tempo che fa, si tratta di deviazioni dalla media di temperature e precipitazioni. Il macroclima non lo vedrai mai in prima pagina. La gente non ci crede, esattamente come non ci crede nel riscaldamento globale, oppure in peak oil. Sta troppo nel futuro, e tanto non ci puoi fare niente. (Questi sono palloncini di illusioni che andrebbero sgonfiati se avessi il tempo)

I macroclimatologi cercano di prevedere grossolanamente che cosa possiamo aspettarci meteorologicamente dal futuro. Per esempio la NOAA , che studiando il Golfo del Messico è diventata esperta sugli uragani. I loro meteorologi sanno quando devono arrivare, quanto sono forti, dove vanno, tutto entro dei limiti variabili, chiaro. Ed è purtroppo quella variabilità che spesso paralizza i politici dal prendere le decisioni giusti. Come ce lo spiega Taleb, nessuno ringrazia colui che cerca di prevenire.

Infatti, si sapeva benissimo dell’arrivo di Katrina nel 2005, si sapeva che avrebbe distrutto New Orleans, ma non si è mosso nessuno in tempo, per la comunque esistente probabilità che non sarebbe successo. Il resto lo sappiamo.

L’indicatore macroclimatico più famoso è forse la Corrente del Golfo, sempre nel mezzo del dibattito climatico per il rischio che si fermi quando si sciolgono i ghiacci artici. La Corrente non deve incontrare grandi masse di acqua dolce e fredda sul suo cammino verso nord, altrimenti c’è rischio che non riesca a rilasciare abbastanza calore all’atmosfera. In questo caso la Corrente rimane con una densità salina bassa, e non affonda, come c’era da aspettarsi, in vicinanza della Groenlandia. Di conseguenza non c’è quel grande vuoto nell’Atlantico necessario per tirare su altra acqua calda dalla zona del GoM.

Il risultato sarebbe una Corrente interrotta, o spostata verso ovest, quindi noi europei staremo con meno aria calda durante l’inverno, oppure addirittura un fermo della Corrente, che porterebbe a delle temperature simili a quelle di Alaska in Svezia, e un clima scandinavo in Italia. Una Corrente indebolita può riprendere con forza una volta che i ghiacci artici si scioglieranno più lentamente, una Corrente ferma non può più riprendere.

Il volume del ghiaccio dimostra anomalie sempre più negative. Per quanto invece riguarda l’estensione attualmente ci manca ca 1 milione di km2 dei 10 che dovremmo avere in questo periodo.

L’Artico ormai è perfettamente navigabile durante l’estate, e ogni anno il ghiaccio millenario, non solo quello giovane dell’ultimo anno, si scioglie più velocemente, disturbando la Corrente, e rilasciando migliaia di tonnellate di CO2 nell’atmosfera, che si sperava sarebbe rimasto intrappolato nel ghiaccio ancora per qualche migliaio di anni.

Siamo in perfetto global weirding, dall’inglese weird – strambo, impossibile prevedere cosa succederà a lungo termine.

A breve termine forse avremo disturbi della Corrente e inverni europei più freddi. Qualche anno di sollievo, essendo il clima ciclico, e poi di nuovo ghiacci sciolti, disturbi della Corrente, inverni freddi etc.

In realtà con questo post volevo parlare della NAO, uno degli indicatori più amati dai climatologi, ovvero la North Atlantic Oscillation, oppure Oscillazione Nord Atlantica. Meno facile da prevedere, ma più facile da capire, e forse addirittura utile agli investitori di energia con 3-4 mesi di anticipo.

Il NAO si riferisce alla forza e posizione variabile tra la pressione permanente bassa sopra l’Islanda, e la pressione permanente alta sopra le Azzore. Quando la differenza è più ampia della media, un NAO+, abbiamo venti occidentali (che arrivano dall’ovest) più forti con estati freschi e inverni miti con tanta pioggia. Quando il NAO si riduce sotto la media, NAO-, i venti diminuiscono portando un clima più estremo con estati caldi e inverni freddi al nord dell’Europa, mentre le tempeste vengono spinte verso il Mediterraneo, portando brutto tempo, tempeste e pioggia all’Italia per esempio.

http://www.cpc.noaa.gov/products/precip/CWlink/pna/JFM_season_nao_index.shtml

Dalla curva si vede perché i miei primi inverni durante gli anni ’70 erano così ricchi di neve, da costruirci interi igloo in giardino, e gli estati così caldi da soffocare. A Milano ci sarà stata molta meno neve, ma forse faceva più freddo del solito? Poi qualche inverno mite, ma a metà anni ’80 altri due superinverni. Quando mi sono trasferita in Italia i tassisti milanesi mi raccontavano sempre di quell’inverno quando nevicava tanto… Ma chi è nato dopo il 1985 non può ricordarsi cosa sia veramente un inverno. I giovanotti saranno stati sorpresi l’anno scorso, e ancora più quest’anno, e chiederanno al papi di comprargli la macchina invece del motorino.

Ora, il NAO è un oscillatore. Ogni volta che va giù, poi torna su. I primi tre mesi del 2010 erano freddissimi, sia in memoria, che guardando il grafico. Quindi il NAO dovrebbe tornare su per il periodo gennaio-febbraio-marzo 2011.

Non credo però che questo si traduca in un inverno meno freddo dell’anno scorso. Questa volta non abbiamo più le stesse riserve di caldo immagazzinate nella terra sotto i nostri piedi.

Poi non è detto che torna su più di tanto. Ci sono stati degli trimestri invernali con NAO- seguiti da altri trimestri con NAO-: 1962-1963-1964 e 1977-1978-1979. Tanti anni di freddo in fila.

Quindi anche se il NAO torna su di qualche mezzo punto, potrebbe fare ancora più freddo questo inverno che l’inverno scorso.

Il NAO tende al positivo durante i mesi freddi, da novembre ad aprile, e al negativo durante i mesi caldi. Quindi oltre alla Corrente del Golfo, anche la NAO è parzialmente responsabile per il clima sopportabile in Scandinavia.

Il grafico del 2010 è particolare, in quanto è l’unico anno in tutta la serie, con inizio nel 1950 e scaricabile qua, con NAO sempre negativo. Infatti l’inizio dell’anno è stato freddissimo in tutta l’Europa, mentre l’estate era bello in Scandinavia, e sul triste in Italia. Vedremo come prosegue. In ogni caso, pioggerelle miti non si avranno da nessuna parte.

Tempi estremi portano con se cambiamenti nei consumi, sia dei privati, che a livello comunale/governativo:

La palla di cristallo mi dice che si dovrà spendere molto di più per il riscaldamento, sia in Italia, che per esempio in Inghilterra, grande consumatore di gas naturale.

Quindi per l’inverno vedo un aumento della domanda per il gas fossile, e un aumento del prezzo a breve termine.

Poi vedo grandi caos nelle fermate dei treni, e degli pullman. Arrivano, non arrivano, deragliano, ritardi etc. Chi può, prende la macchina. Aumento della domanda per il petrolio. Scusa, cancello, ci siamo già. E che i prezzi del carburante salgono si saranno accorti tutti.

In compenso il turismo invernale alpino avrà un altro anno di tregua. E probabilmente chi ha ancora dei soldi in tasca più avanti cercherà di fuggire al freddo per qualche settimana, quindi anche le strutture turistiche al caldo prediletti dagli europei potranno guadagnare qualcosa dalla neve.

Vedo anche un grandissimo business per la Decathlon, essendo la catena francese l’unica alternativa alla costosissima Canadian per i vestiti invernali, almeno a Milano. Probabilmente in montagna trovi altri negozi con vestiti che reggono il clima, ma in pianura padana c’è da piangere dalla frustrazione. Se solo si potesse conoscere il clima per i prossimi 10 anni…un bel business, anche online, di vestiti scandinavi che reggono tutto, annesso un reparto vanghe…

Prevedo anche con facilità che il prezzo dell’elettricità aumenterà più del solito quest’inverno. Chiedete alle vostre banche cosa vi possono offrire come investimento per proteggervi contro l’aumento dei costi. Io ho scritto alla mia banca, il Credito Bergamasco, ed ecco la risposta: “Buongiorno sig.ra Ryden, al momento non abbiamo il titolo che fa al caso Suo (c’era il mese scorso, legato al titolo Eni). Sarà mia premura avvisarla non appena avremo qualcosa di simile.” Non molto preparati si vede.

Certamente i paesi dipendenti dalle forniture energetiche dall’estero, come l’Italia, possono soffrire delle bruttissime sorprese se durante il periodo più freddo per qualche motivo la fornitura si interrompe. Oggi per esempio, in Danimarca dalle 17 alle 19 dovranno pagare la KWh 2€, venti volte più della media scandinava, perché i reattori svedesi Oskarshamn 3 e Ringhals 1 sono in manutenzione. Hanno ormai una certa età, e saranno sempre più spesso in manutenzione.

E se la situazione NAO- continua ancora un anno, avremo problemi con le raccolte. Al nord, per il ritardo dell’arrivo della primavera, e poi l’estate esplosivo con poca pioggia. Al sud ci saranno problemi con le raccolte per maltempo. Certamente ci ricordiamo la situazione in Russia quest’estate, che ha perso il 25% della raccolta del grano per gli incendi dovuti alla siccità. Quindi ci potrebbe essere un altro anno con i prezzi dei cereali alle stelle. Qua il mio vecchio post.

Per quanto riguarda le città/il governo, si può assumere che saranno ugualmente sorprese dalla neve quest’anno che l’anno scorso. Solo a Milano ci saranno costi per decine di milioni di euro, per perdita di produttività, riparazioni delle infrastrutture, sanità in tilt, autostrade impraticabili dalla neve e dagli incidenti causate dalle persone che non sanno guidare sulla neve.

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Altre info: Qua c’è un ottimo articolo che parla del ghiaccio artico e la sua influenza sul clima in Europa. Meno ghiaccio – più freddo.

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