Archive | Gas naturale RSS for this section

Ritorno del nucleare in Giappone

ship_lng

In realtà sto sempre parlando di GNL

Il nucleare in Giappone è fermo dal 2011.

Il consumo di energia primaria da nucleare nel 2014 era esattamente 0 GWh. Ora il piano del governo prevede per il 2030 che il nucleare faccia la sua parte, ovvero almeno il 20% del consumo di energia primaria.

Ho usato numeri EIA e IEA sulla sola produzione elettrica anziché quelli BP che vanno fino al 2014 perché comprendono anche tutti gli altri possibili usi. Quindi, paragonando il 2009 con il 2013 si vede che sono stati necessari massicci aumenti delle importazioni di idrocarburi per sostiuire il nucleare. Continua a leggere…

Il gas diventa liquido

ship_lngIl cosiddetto Documento di consultazione per una Strategia Nazionale sul GNL, uscito in giugno, è una specie di approfondimento dell’illeggibile Strategia Energetica Nazionale (SEN) uscito qualche anno fa, ed è decisamente più godibile.

Il nuovo nero della sicurezza energetica si chiama appunto GNL. Zitto zitto da Stavanger a Stoccolma, a Rotterdam e fino a Marsiglia sono già operativi, o con FID già approvato (financial investment decision), i terminali punti nodali dell’infrastruttura molto particolare del ssLNG, lo small-scale LIquefied Natural Gas. Continua a leggere…

Prezzi GNL a partità con quelli da pipeline, torna in Europa?

ship_lngIn maggio l’anno scorso ho scritto un articolo sul problema del gas Ucraino. In realtà parlavo di altre cose, ma anche dell’Ucraina.

È divertente e spaventoso ricordarsi oggi come tutta la blogosfera stava dalla parte dell’Ucraina, rivendicando il suo diritto di non pagare il gas comprato. Era la Russia il grande bastardo che ogni tanto minacciava di spegniergliela. I parallelisimo con la Grecia sono troppo facili.

La mia posiziona resta. Il gas comprato va pagato, i debiti contratti vanno ripagati o in assenza di possibilità di farlo, si introducono massicce riforme. E ci si comporta da adulti senza dare la colpa ad altri. Continua a leggere…

Gas naturale USA YoY

Ho rifatto il grafico su produzione e prezzo YoY per il gas naturale statunitense, per vedere se trovavo qualche relazione interessante, come quello sull’Arabia Saudita. Loro sembrano di reagire sul cambio prezzo WTI YoY con un relativo cambio YoY nella produzione, quindi lagging il prezzo WTI e non leading come viene sempre sostenuto. Da li segue che un aumento dei prezzi portava a un aumento della produzione.

Per il gas statunitense non c’è questo tipo di relazione. Sembra più il normale prezzo lagging la produzione, ovvero se aumenta la produzione YoY c’è un crollo del prezzo YoY.

Con l’eccezione del periodo 2006-2008 quando gli asset energetici aumentavano ininterrottamente di prezzo per domanda crescente e produzione che non teneva il passo.

Nat Gas prod e henry hub YoY Continua a leggere…

Henry hub possibile rialzo

Oggi prendo una piccola posizione nel gas tramite l’UNG, anche se il natgas si trova sotto il MA50 in questo momento:

NAT GAS henry hib 3 giugno 15

Continua a leggere…

Non avremo gas americano e non avremo neanche SouthStream

Gail Tverberg dice in un articolo che il problema della Russia è che l’Ucraina non paga il gas. La Russia ha qualche problemino in più di quello, ma è certamente vero che se compri una cosa, la devi pagare.

E tutta l’Europa lì a parlare di sicurezza energetica e puntare il dito. Vorrei vedere cosa farebbe la Francia se Inghilterra non gli paga più il grano, dicendo che è loro diritto pagarlo 40% in meno e cioè molto sotto il costo di produzione.

Si da il caso che il prezzo del gas in Europa è molto più alto che negli Stati Uniti. Il motivo principale sono i contratti a lunghissimo termine con Gazprom che hanno permesso a loro di costruire e mantenere una infrastruttura molto complessa e vasta. Sono 30 anni o giù di li che ininterrottamente forniscono Europa con la parte del leone di gas naturale. Ma il fatto che non vorrebbero darlo più a chi non paga ha tirato fuori il discorso della sicurezza energetica e si parla soprattutto di esportazione di LNG dagli Stati Uniti.

Per vedere come potrà iniziare o finire la questione esportazione, si usa preferibilmente il report BP, completato con dati EIA e IEA, quando disponibili. Oltre al vecchio BP 2012 (di solito esce in giugno), ho trovato dati consumo statunitensi (+2% rispetto al 2012) e produzione (+1%) qua.

In effetti l’aumento di produzione gas dal 2005 è stato impressionante.

Ma come si vede, gli USA sono solo quasi autosufficienti.

L’autosufficienza c’è comunque, ma solo a livello nordamericano. È infatti gas canadese che per ora assicura l’abbondanza:

La differenza tra consumo e produzione canadese viene esportata negli Stati Uniti, che ne consuma quello che gli manca. Il resto viene rivenduto al Messico.

Visto che poche cose si possono prevedere, e tra quelli non c’è certamente il futuro, pochi anni fa gli States si prepararono a una massiccia importazione di gas naturale, costruendo alcuni grandissimi impianti di rigassificazione. In questo momento gli impianti, mai presi in produzione, vengono convertiti in impianti di liquefazione al costo di miliardi di dollari. Tutto in attesa dell’esportazione che verrà.

La IEA nel WEO2013 prevede nel suo New Policies Scenario che la domanda statunitense aumenti di 47% sul periodo 1990 – 2035, e cioè da 438 Mtoe annui a 646. Il grando aumento è già alle spalle, ma sono da aggiungere altri 13% dal livello del 2011:

Stima WEO per la domanda gas statunitense

Questo nonostante la produzione nazionale non regga un’evento così banale come un inverno di quelli che erano normali solo 15-20 anni fa.

I stoccaggi di gas naturale negli Stati Uniti sono al 50% del minimo della media degli ultimi 5 anni.

Il problema della produzione a tenere il passo con la domanda questo inverno/primavera ha quadruplicato la volatilità giornaliera al Henry Hub.

Gli Stati Uniti non possono rischiare di rimanere senza gas nei stoccaggi e quindi per tutta la stagione estiva deve soddisfare la domanda interna e anche riempire gli stoccaggi. Il prezzo a questo punto dovrebbe stabilirsi permanentemente sopra i $4 /MMbtu che è il breakeven dello shale gas. In febbraio è andato ben oltre i 6$.

Gli Stati Uniti potranno forse cominciare a esportare nel 2016, ma saranno sempre quantità irrisorie. Contrapposta la produzione alla domanda, la differenza è così piccola che entrambi i numeri potrebbero facilmente cadere vittima di qualche naturale margine di errore, ed essere invertiti.

Nel 2020 la differenza è di 25 Mtoe, o 30 miliardi di metri cubi. Neanche la metà del consumo annuo italiano del 2012.

Aggiungiamo eventuali 50 miliardi di metri cubi canadesi e America del Nord potrà effettivamente esportare 80 bcm.

La Russia nel 2012 ha prodotto ca 600 miliardi di metri cubi e consumato ca 400. La differenza sono 200 miliardi di metri cubi, di cui 130 sono andati via pipeline in Europa. Più i 30 all’Ucraina e sono 160 miliardi di metri cubi che noi europei compriamo dalla Russia. Un record storico. Quei 80 bcm nordamericano sono il 50%, e affidabilità o no del fornitore principale, sarebbe comunque bene diversificare. Peccato che abbiamo inventato il mercato libero.

Perché diciamo che gli Stati Uniti riuscissero a esportare.

Tanto per cominciare il prezzo riservato a noi europei non saranno quei 4$ di prima. Bisogna aggiungere il trasporto all’impianto di gassificazione (0.2$), la liquifazione (ca 1.5$),  e trasporto (0.6$) e rigassificazione (1.5$) e siamo a 7.8$/ MMbtu e quindi ca 6€. Convertendo in Mwh siamo a ca 20€/MWh per il LNG statunitense.

Oggi domenica il prezzo al PSV è di 18€/Mwh, cioè meno del prezzo che dovremmo pagare agli americani, anche se normalmente è di ca 25€. Gli italiani per motivi infrastrutturali pagano uno dei prezzi più alti in europa, ma il differenziale con il LNG americano non è sufficiente per portare il gas qua, visto che farà anche abbassare lo spread ulteriormente.

Non vi è ombra del dubbio che gli americani esporteranno in Asia, dove oggi pagano dai 14$ ai 17$/MMbtu, dandogli un margine di 50-100%.

Ah, è così abbiamo anche risolto il problema SouthStream. Non verrà mai costruita, perché nel frattempo abbiamo accettato di pagare il gas ucraino noi, eliminando il problema dell’inaffidabilità dell’Ucraina.

La scomparsa della volatilità, caso gas

Da quandl ho tirato giù i prezzi del gas inglese, chiamato NBP (da National Balancing Point), per il periodo che va dal 1997 al 2014. Ho scelto il NBP perché è l’unico punto di scambio virtuale veramente liquido in Europa, ma anche perché ovviamente tutti gli altri hub non pubblicano i dati. Te li devi pagare se li vuoi. O riempire formulari burocratici perché chissà cosa pensi di fare con quei dati.

Comunque, l’esercizio serve per riflettere un attimo sulla volatilità dei prezzi. Si da il caso che più o meno quello che vale per il NBP può valere anche per gas olandese e tedesco, visto che si tratta di mercati abbastanza liquidi. Mentre il PSV è un pochino più indietro come mercato.

Ecco il prezzo del gas inglese in pence/therm contro i ritorni giornalieri, prezzi front month per evitare tutti quei spiacevoli spikes dei prezzi che rendono difficile l’analisi:

La volatilità giornaliera era molto alta fino ad agosto 2008, anche se una qualche diminuzione inaspettata si aveva già dal ottobre 2007 fino a maggio 2008.

Ma poi è avvenuto il crollo dei mercati con conseguente domanda industriale sempre più debole. In questi anni ci sono stati anche alcuni inverni veramente miti, riducendo ulteriore la domanda. Se poi buttiamo dentro anche la questione stoccaggi, sempre più stabile ed ampia a livello europeo, è chiaro che non c’è nessun motivo per avere una volatilità alta.

Un sacco di gas, fornitori superaffidabili (soprattutto Gazprom), domanda debole. Fai una fatica a muovere i prezzi.

Questa morte della volatilità si vede ancora meglio se annualizzo la deviazione standard, ho usata una rolling a 14 giorni:

Come sfondo in blu il numero di contratti scambiati. Ad occhio sembra quasi ci sia una correlazione negativa tra contratti scambiati e la volatilità annualizzata. Nel senso che più volte la mia molecola di gas cambia mano, più facile le è scoprire il suo vero valore senza saltare su e giù. In altre parole, la liquidità come nemico del player piccolo. La liberalizzazione che lascia solo i vecchi oligopolisti in piazza.

Ma vediamo anche una possibile fonte di un pericoloso compiacimento. Zoomando:

Che fai se per tre anni di fila ti abitui che il prezzo ogni giorni sale o scende di pochissimo? E che anzi ogni giorni sale o scendo di meno rispetto al giorno precedente? Risposta: Il tacchino di Taleb.

Perché il giorno in cui avviene il cambio di tendenza non riesci a coglierlo, e poi non lo cogli per parecchio tempo, pensando che i tre anni appena passati debbano essere la norma. E non lo sono.

Ed è guerra

Ora la Crimea non è più parte dell’Ucraina, ma della Russia.

Questo significa che le truppe e le caserme ucraine in Crimea non si trovano più in Ucraina, ma in Russia. Chiaramente è spiacevole per i russi trovarsi truppe ucraine tra i piedi, e hanno quindi tutto il diritto di difendersi. </sarc off>

E infatti, come il Corriere cita Kiev: È conflitto miliare. Cioè guerra. Almeno un soldato ucraino è già morto. C’è stato un attacco armato in una base della Marina militare a Sinferopoli, capitale della penisola.

Con questo abbiamo di nuovo una guerra tra due stati europei – non guerra civile, o almeno uno stato che vorrebbe essere europeo e uno che lo vorrebbe evitare a tutti i costi.

Putin che si era sempre dichiarato non interessato alla Crimea, perché non era russa, ora è più che interessato, proprio perché russa, e deve difendere i suoi connazionali dalle truppe nemiche su suolo russo.

Vladimir “Brokeback Mountain” Putin

Un po’ un peccato che non sia mai stato interessato a difendere i russi che vivono più vicino a casa.
Se sono gay, prigione.
Se protestano contro la corruzione, prigione.
Se cantano, prigione.

Attendiamo a vedere a quali altri territori Putin non è interessato.

Però è più difficile per Putin “non interessarsi” di altri territori: non ci sono molte grosse isole con una popolazione di russi etnici del 90% o giù di li.

Il dubbio è che in realtà si tratti della solita tattica statunitense per pagarsi i debiti: andiamo a prenderci gli eventuali idrocarburi sottosuolo, in questo caso sottomare.

Le notevole riserve di gas in Siberia non dureranno per sempre. E con Crimea sotto controllo, e le acque di nuovo russe, sarà Gazprom a decidere quando andare a esplorare il mar nero che pare talmente promettente che i major quali Exxon, Shell e ENI, si erano avvicinati al governo a Kiev. Tutto annullato. Sarà Gazprom ad aprire eventualmente il rubinetto.

Egitto al biuo

Cosa fa un paese produttore di gas naturale quando non riesce più a produrre abbastanza per tenere in piedi la propria industria?
Lo vende lo stesso sul mercato internazionale a chi paga meglio?

No. Nessun dittatore, re, o governo democraticamente eletto rischia la sua posizione di potere all’interno del paese.

Anzi, si fa proprio eleggere sulla promessa che l’energia sarà abbondante come l’aria, come ha fatto Morsi in Egitto in giugno un anno fa:

“I am very keen on making electricity as abundant as water and air,” he said, addressing concerns of a systemic capacity shortage.

Non ha detto una bugia. È solo un caso di normalissima incompetenza. Poi magari si scopre che non basta dirlo, e quindi si sussidia, incrocia le dita, e aspetta che chi viene dopo risolve il problema.

La utility spagnola Unión Fenosa ha dovuto cercare gas da qualche altra parte quando l’impianto egizo LNG che gli forniva il gas è stato chiuso perché il gas non arrivava più.

Succede anche come in dicembre che 15 impianti di produzione si fermano insieme perché non c’è materia prima.

I numeri:

Picco della produzione nel 2009, quindi non certo imputabile alla primavera di due anni dopo, poi assestamento intorno ai 60 miliardi di metri cubi.

Solo che il consumo interno sta salendo con un tasso di crescita annualizzato di 15% dal 1976.

Lo scarto tra produzione e consumo  già nel 2012 era di soli 8 miliardi di metri cubi, e ora sembra che non ci sia più niente da esportare.

Il Qatar gentilmente ha regalato all’Egitto 300 milioni di dollari di LNG, in forma di 5 cargo, in modo che il paese possa sopravvivere l’estate che si annuncia caldissimo.

Il deal con il Qatar in realtà è uno swap, e cioè il Qatar si aspetta qualche cash flow in futuro. Ma se il paese oggi non ha i soldi per comprare il gas che manca, non lo avrà neanche l’anno prossimo.

E ci saranno scontri violenti, forse altre cosiddette primavere, quando l’Egitto decide di lasciare indietro una parte crescente della popolazione.

 

Energy Efficiency Report conferma mancanza di credito

Sono stata oggi al politecnico.
Che nostalgia trovarsi in un ambiente universitario. Bei tempi.
Comunque, io ero li per metterci le mani sulla versione cartacea di questo:

Energy Efficiency Report del politecnico di Milano. 180 pp.

Il convegno per la presentazione dell’Energy Efficiency Report, redatto dalla School of Management del Politecnico di Milano era molto ben organizzato, strapieno di persone che evidentemente avevano già partecipato alla versione precedente. Ho deciso che eravamo in almeno 25 file x almeno 18 sedie, più tanti studenti lungo le pareti che non avevano trovato posto a sedere.
Infatti, con la mia postura non-vichinga non ci sono riuscita ad arrivare al tipo che distribuiva i caffé nel break. Prossima volta, termos.

L’anno scorso (io non c’ero) si è parlato di efficienza energetica nell’edilizia, ma questa volta si trattava di convenienza economica di investimenti nelle principali tecnologie per fare efficienza energetica in impresa. Esattamente quello che ho ripreso nel mio post sul esempio pratico.

Si avrebbe dovuto parlare anche della SEN, ma ogni volta che veniva menzionato da un moderatore, o all’interno di una domanda, la reazione dell’interlocutore, qualsiasi interlocutore, è stato, “ah già, il SEN”.

Solo Giovanni Lispi di Sorgenia si è espresso sul SEN. In negativo. Dicendo che manca totalmente una incentivazione forte sull’efficienza energetica nel SEN, e che per di più non parla del primo passo estremamente importante, e cioè di incentivare in tutti i modi gli audit energetici.

I problemi sono esattamente quanto descritto da me, e cioè che il governo non ha soldi da distribuire, abbiamo visto il numero 30 milioni da distribuire su 50 aziende; le banche non prestano; le aziende non osano prelevare dai loro utili perché non sanno quanti trimestri ancora avranno introiti abbastanza alti da non dover usare i risparmi.

Entrano le ESCO, le Energy Service Companies, che ormai ci sono di tutte le taglie. Ma soprattutto, hanno sottolineato sia Sandai di Enel Green Power che Quaini di Edison, lo sono le grandi aziende fornitrici di energia.

Entrambe queste aziende sono pronto a finanziare, o almeno così è sembrato, l’investimento necessario, praticamente diventando banca. E quello che perde la banca, lo vincono loro. A differenza della banca però intervengono solo se si è sicuri del livello di efficienza da raggiungere.Ma l’expertise ce l’hanno in-house, ed è solo nel loro interesse fare degli audit di altissima precisione.

Parentesi mia: ho spesso pensato che, quando non funzionano più alcune strutture in una società, questi vengono per forza sostituiti da altre strutture che svolgono lo stesso ruolo, se noi la gente ne abbiamo davvero bisogno. Come “Chi l’ha visto” effettivamente trova un sacco di persone che la polizia ormai non si mette neanche a cercare, così le utility diventano banche. Chiusa parentesi.

Molti sono i grafici interessanti, tra cui uno che dimostra che almeno le grandi aziende in Italia il gas lo pagano relativamente poco:

In Danimarca le aziende con consumo sopra i 10 GWh annuali pagano il doppio rispetto alle aziende italiane. Anche in Germania e Svezia i prezzi sono alti.

Come spesso avviene sono anche qua le piccole aziende che portano il peso del prezzo del gas. Quelli con consumi pari a 0,25Gwh annuali lo pagano il 30% più dei grandi.

Una tabella interessante è quella dell’incidenza della bolletta energetica sul margine operativo lordo pre- e in crisi.

 In questi casi la media di 34%, su da 24%, non è molto interessante, perché la variazione è troppo grande.

Prendiamo i prodotti per l’ediliza per esempio. In pieno finale del boom dell’edilizia nel 2007, meglio conosciuto come bolla immobiliare, esattamente quella che Bankitalia ogni tanto smentisce, la voce energia incideva per il 63% sul mol. Nel 2010, era di 220%.

Questo dovrebbe indicarci un settore nella più grande crisi. Perché in fondo tra il 2007 e il 2010 i prezzi energetici non sono saliti così tanto. Sono i margini che si sono ridotti per un settore peggio che stagnante.

Un settore che non risente dalla crisi, perché non ne possiamo fare a meno, e forse addirittura potrebbero guadagnarci, è quello alimentare. E infatti la quota energia sul mol è rimasto praticamente uguale, da 26 a 27%. Più cioccolato per tutti.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 60 follower