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Let there be light…*

Finalmente è stato provato scientificamente che aveva ragione Akhenaten quando ha cercato di imporre il sole come unico dio. Aveva ragione, ma troppo presto, cosa che succede molto spesso ai visionari. I suoi sudditi si sono reconvertiti alla prima occasione.

Quando un visionario ha ragione di solito una rettifica arriva nel giro di qualche decennio, se parliamo di mercati, o almeno nel giro di qualche secolo, quando si tratta invece delle scienze.

In questo caso ci sono voluti 3300 anni, prima che un giovano fisico inglese, Jeremy England, è riuscito a dimostrare (ormai qualche anno fa) che è il sole a creare la vita.

Ovvero, irraggi un blob di atomi inermi per abbastanza tempo, e automaticamente questi si riarrangiano in un modo da dissipare più energia di quanto riusciva il blob originale. Il nuovo sistema di atomi spesso e volentieri dovrebbe risultare essere una struttura organica.

Per dire, un po’ di atomi al calduccio, circondati da oceano o atmosfera, costretti da una legge fisica, la scoperta di England appunto, a riarrangiarsi in modo da diventare una pianta o perché no, il primo organismo monocellulare, semplicemente perché sono più bravi a dissipare energia.

E più sole queste prime strutture ricevono e più energia gli viene voglia di dissipare, e alla fine a forza di riarriangiare atomi l’evoluzione arriva pure a noi umani.

I più grandi dissipatori di energia.

E finalmente abbiamo la spiegazione della nostra totale incapacità di autoregolazione in questione di energia. È una legge fisicia, anzi la legge fisica, che sta alla base della nostra esistenza.

In breve stiamo anche parlando del secondo principio della termodinamica, cioè l’irreversibilità degli eventi termodinamici o l’aumento di entropia col tempo. I “creazionisti” hanno sempre portato questa legge termodinamica come argomento principale contro l’evoluzione, e invece sembra che sia proprio questa legge a permettere l’evoluzione. 2-0 per la scienza.

* Il titolo è un riferimento pop-culturale solo per intenditori.

Psicologia del picco energetico

Leggo molto, tanti libri tecnici dei più svariati argomenti, anche se ultimamente sta apparendo narrativa post-picco che mi interessa, e tantissimi blog. Leggo blog di economia e clima, e blog di peak oil, e molte altre cose che non c’entrano qua. Leggo alcuni giornali online per non farmi sedurre da allarmismo e complotti, anche se i giornalisti usano un linguaggio troppo morbido per me: i fatti ci sono, ma non abbastanza nero su bianco. L’unico giornale che stimo, se si può usare questa parola in un contesto linguistico, è il Financial Times, al quale sono abbonata online, appunto perché non usano parole morbide. Continua a leggere…

Psicologia del picco energetico

Leggo molto, tanti libri tecnici dei più svariati argomenti, anche se ultimamente sta apparendo narrativa post-picco che mi interessa, e tantissimi blog. Leggo blog di economia e clima, e blog di peak oil, e molte altre cose che non c’entrano qua. Leggo alcuni giornali online per non farmi sedurre da allarmismo e complotti, anche se i giornalisti usano un linguaggio troppo morbido per me: i fatti ci sono, ma non abbastanza nero su bianco. L’unico giornale che stimo, se si può usare questa parola in un contesto linguistico, è il Financial Times, al quale sono abbonata online, appunto perché non usano parole morbide.

In Internet è troppo facile rimanere isolati nei blog e giornali che rispecchiano la proprio opinione, quindi faccio anche lo sforzo di leggere opinionisti dalla parte opposta. A volte divertente, a volte deprimente.

Nonostante le mie difficoltà nell’interpretare i fatti, ho lentamente cominciato a notare differenze nel linguaggio dei scrittori/blogger che si occupano della tricrisi economia, ecologia e energia che sta rovinando il pianeta, sempre più evidente ai nostri occhi e portafogli. Pare che ci sia un percorso psicologico del picco energetico, intuibile nel linguaggio usato nella scrittura. Il linguaggio ovviamente è diversissimo da un blogger a un altro, ma penso che la maggioranza di noi è capace di assorbire anche lo stato emotivo di chi scrive il testo che stiamo leggendo. Questo percorso ha fasi diversi, ed è per forza diverso per ogni individuo che sceglie di percorrerlo. Non è detto che sia lineare, anzi, e chiaramente non è detto che tutti arrivino a quello che per me è capolinea.

Credo che ci sia una scala temporale emotiva particolare per i blogger e altri, sia se sono convinti, sia con enfasi dichiarati non-convinti, del peak oil.

La durata di ogni fase potrebbe dipendere tra l’altro:

  • dalla preparazione iniziale: generalizzando, con una formazione tecnica/scientifica è più facile accettare la fine della crescita che con una formazione economica. Bisogna sottolineare che molte persone con formazione tecnica, ma anche sociologica, stanno lobbando per una crescita sostenibile, per l’ecologia radicale che guarda il globo intero, invece del singolo paese, sono due parole a senso contrario.
  • dallo stile di vita: più sei dipendente da “roba” per la tua felicità, più sarà difficile divorziare dal petrolio
  • dall’appartenenza ideologica-sociale: più uno si trova vicino al governo attuale (e per favore indipendente da paese e tipo di governo), quindi in ottima posizione di guadagnare sulle cretinate permesse dalle banche centrali, mentre a noialtri l’inflazione ruba i soldi anche se facciamo degli sforzi intellettuali notevoli investendoli “bene” per proteggerli, meno è propenso a cambiare rotta

La mia scala si presenta più o meno così:

1 Primo incontro Vieni a sapere dell’esistenza del concetto Peak Oil
2 Curiosità Per qualsiasi motivo cominci a leggere e studiare il concetto dell’energia finibile, spesso nel contesto del concetto di crescita economica
3 Conoscenza Cominci a capire lentamente dove ci sta portando la nostra dipendenza dall’energia facile
4 Shock Realizzazione che i prossimi 20 anni saranno totalmente diversi dagli ultimi 20 anni. Realizzazione che i tuoi figli non avranno le tue scelte.
5 Tristezza Come ce la caveremo? Ci saranno le università per i nostri figli? Senza agricoltura industriale, come facciamo per il pane? Le mie medicine? Senza pensione, dovrò lavorare da Burghy fino a 85 anni? etc etc
6 Accettazione Sei a casa. Sei un immigrato che ha vinto la nostalgia e ora il nuovo paese è tuo, quindi hai anche il diritto (almeno ai tuoi occhi) di criticare quello che vedi intorno a te
7 Felicità Sei perfettamente preparato ai cambiamenti in vista. Il fatto che il futuro sia diverso dal passato, è quasi solo fonte di speranza e nuove opportunità

Ogni fase tranne l’ultima è anche accompagnata da dubbi, o se vuoi, speranza che sia tutto falso, o rifiuto di un futuro diverso.

Per me la prima fase è durata ca 18 anni, senza dubbi record mondiale. La prima volta che il concetto peak oil mi è stato spiegato era nel 1992, durante una lezione di geologia al poli. Ma siccome eravamo tutti sia tecnonaivisti che mercatonaivisti, e parlo anche del professore di geologia, abbiamo affidato il futuro al mercato che sicuramente avrebbe creato nuove tecnologie pulite.

Ma l’energia incredibilmente abbondante, e in Svezia quasi gratuita, tra fiumi, biomasse, nucleare, non ci ha mai fatto soffrire il caro benzina. Quindi il mercato non ha mai creato le nuove tecnologie per i trasporti.

Tornando in tema, quando mi sono finalmente di nuovo trovata con tempo per leggere e studiare, il processo non è stato interrotto da altre questioni di vita. Il percorso fino alla felicità non è finito, oscillo tra accettazione e tristezza, con qualche stranissimo momento lucido di shock.

Quello che leggo in giro mi dice che le persone “felici” hanno lavorato sodo per prepararsi a un mondo senza petrolio. Spesso hanno cambiato lavoro per poter tornare a vivere in campagna. C’è gente in tutto l’occidente che sta riconquistando il mondo delle nostre nonne, coltivando, conservando cibo, imparande artigianato. Possiedono oro e argento, non come investimento, ma come protezione del patrimonio e per la probabilità che le valute future saranno basate di nuovo sui metalli preziosi. Se guardiamo gli Stati Uniti possiamo dire che posseggono anche armi. Fai partire la proprio famiglia con un piede in avanti. Sono allarmisti o realisti? Persone forti che nel mondo dell’ottimismo obbligatorio non hanno paura di essere dati dei pessimisti.

Alcuni di loro, come Chris Martensen, Cristiano di Io e la Transizione nel contesto del movimento Transition Town, Nicole Foss di The Automatic Earth, stanno aiutando intere comunità a ritrovare la possibilità di essere autosufficienti. Alcuni, che si trovano invece sulla sponda neosurvivalista, vendono anche materiale per la sopravvivenza e corsi di sopravvivenza, come Michael Ruppert di CollapseNet e André Angelantoni di Peak Post Living. Poi c’è la Sharon Astyk che scrive di peak oil da un punto di vista femminile, sicurezza nei reparti maternità, accesso a acqua pulita e materiale igienico, e alimentazione nella crisi che verrà.

Penso che per arrivare al capolinea del percorso psicologico sul picco energetico bisogna vivere in un posto che permette un certo livello di autosufficienza alimentare ed energetico. Il fatto che vivo in mezzo a una grande città, senza che io abbia preso le misure necessarie per trasferirmi, è questione di vicinanza alla famiglia, una certa attaccatura a vecchie abitudini cittadini, e certamente anche i famosi dubbi. Qualche giorno mi capita pure di rifiutare il picco, specie se fuori c’è il sole e tutto intorno è trantran tranquillo. Allora mi prendo per il colletto per ricordarmi che non stiamo facendo una corsa di 100 metri dove si vede la fine intorno al 2030, ma una maratona lunga come minimo 200 anni.

Tecnomassa

Dentro di noi non abbiamo dubbi che la società industriale basata sui combustibili fossili si avvicina alla sua fine. Le guerre nel medioriente e la crisi climatologica sono lati diversi della stessa moneta. I problemi con l’importazione di energia a basso costo per continuare l’esportazione di entropia, nella sua metafora attraente ordine – disordine, per esempio in forma di emissioni di anidride carbonica, sono sempre più insostenibili ed evidenti. Continua a leggere…

Tecnomassa

Dentro di noi non abbiamo dubbi che la società industriale basata sui combustibili fossili si avvicina alla sua fine. Le guerre nel medioriente e la crisi climatologica sono lati diversi della stessa moneta. I problemi con l’importazione di energia a basso costo per continuare l’esportazione di entropia, nella sua metafora attraente ordine – disordine, per esempio in forma di emissioni di anidride carbonica, sono sempre più insostenibili ed evidenti.

È facile dimenticare, e ancora più facile mai aver imparato, che la nostra esperienza occidentale di energia economica è localizzata sia nel tempo che nello spazio. Nel villaggio peruviano, pakistano o mozambicano il petrolio non è mai stato economico, neanche quando da noi ce lo buttavano dietro, fino a 10 anni fa. Italiani, e ancora più americani e svedesi, non possono assolutamente immaginarsi un mondo dove tutti usano cavallo e carro per il trasporto. Comunque questa è sempre rimasta la realtà per un grandissimo numero di persone.

Noi vediamo la realtà petrolifera come un “ora” e non come un “qui”. Basta guardare una foto del globo terrestre notturno per capire quanto ci sbagliamo.

I miliardi di abitanti in Africa che non fanno un decimo della luce del miliardo indiano. Che è sempre più buia dell’Europa con i suoi 740 milioni.

America Latina, 600 milioni di persone contro le 350 milioni di USA + Canada.

Generalizzando. Sono i produttori delle materie prime che sono rimasti senza luce.

Exxon e i limiti della geologia

Dall’angolo anti-peak si sente spesso che i problemi lato offerta dipendono da mancati investimenti in tecnologie nuove, costruzioni di piattaforme ultra-tech, aggiornamenti a strutture esistenti etc.

Questi investimenti nella contabilità si trovano sotto la voce Capital & Exploration Expenditures, Capex, e finiscono in bilancio ammortizzati su tutta la possibile vita dell’asset in questione. Continua a leggere…

Exxon e i limiti della geologia

Dall’angolo anti-peak si sente spesso che i problemi lato offerta dipendono da mancati investimenti in tecnologie nuove, costruzioni di piattaforme ultra-tech, aggiornamenti a strutture esistenti etc.

Questi investimenti nella contabilità si trovano sotto la voce Capital & Exploration Expenditures, Capex, e finiscono in bilancio ammortizzati su tutta la possibile vita dell’asset in questione.

Nel business del petrolio, una azienda consolidata senza grandi debiti, che si può appoggiare a un prezzo del petrolio stabile e una produzione di petrolio prevedibile, non ha grossi problemi. Il cash flow dell’azienda permette investimenti e aggiornamenti costanti, e le banche non esitano a allungarle i prestiti. Ma le giovani aziende esploratrici, come per esempio i juniors canadesi, sono spesso appesantiti da debiti presi nella fase di start-up per comprarsi tutto l’equipmente necessario. Questi debiti e gli interessi ovviamente devono essere ripagati costantemente con il cash-flow. Già dopo qualche mese di credit crunch globale come tre anni fa, le banche e gli investitori bussano alla porta per riavere i soldi. L’azienda è costretta a fermare nuovi investimenti, sperare in un private placement se ci sono investitori istituzionali interessati, diluire gli azioni in modo normale facendo incavolare tutti i piccoli azionisti, oppure fare bancarotta e cercare di ridare il possibile agli investitori in prima fila.

In rete non ho trovato informazioni sulla quantità di aziende esploratrici spariti per colpa del crac finanziario, se erano 20% o 50% chi lo sa, ma ho poco dubbi che le loro licenze siano stati venduti a chi aveva soldi in cassa nel momento giusto, e la lungimiranza da capire che i prezzi bassi non sarebbero durato tanto.

Chi è sopravvissuto al 2008 sono probabilmente le aziende che hanno usato tecnologie innovative per trovare giacimenti di sostanza, o che sono riuscite ad acquisire diritti a giacimenti noti per qualche motivo in vendita, o che possedevano parti di altre aziende che hanno potuto vendere per concentrarsi sull’attività principale. Chi non è sopravvissuto probabilmente aveva un cash burn rate di meno di un anno, e nessun finanziamento nuovo in vista. Per sopravvivere era necessario poter strozzare totalmente i costi di esplorazione e sviluppo e andare avanti per mesi pagando solo i costi amministrativi, ovviamente non generando nessun potenziale guadagno futuro.

La ripresa del prezzo avrà ridato fiducia a chi è sopravvissuto, ma si potrebbe pensare a una situazione dove abbiano poi continuato con maggiore prudenza. Se dal 2004 al 2008 le juniors si sono abituate a prezzi in continua ascesa, ora sanno meglio, e si devono regolare di conseguenza. Prima di comprare il secondo pump-truck per 1 milione di dollari prestati, ci si controlla che un crollo dei mercati non renda impossibile ripagarlo. Sicuramente anche le banche stanno frenando.

Questo problema le IOC non ce l’hanno. La Exxon per esempio, solo nel Q3 2011 ha investito 7,6 miliardi di dollari settore upstream, cioè nella produzione di petrolio e gas, su 135% dai 3,3 miliardi del Q4 2004:

Dati: Exxon financial statements che ho scaricato dal loro sito.

Tanto cash da investire, tanta possibilità da farselo prestare. È praticamente impossibile individuare un qualche cambio strategico negli Capex a causa del crac nel 2008, hanno anzi speso 4 mld più che nel 2007. Semmai è dall’inizio del 2010 che si nota una maggiore volatilità, come se non avessero bene in mente quale direzione prendere.

Sommando i trimestri si vede forse anche meglio che i prezzi in ascesa prima del 2008 ha fatto rilassare l’azienda, che evidentemente non si è sentita chiamata di aumentare più di tanto gli investimenti anno su anno. 2005-2006-2007 cambia poco.

Solo che rilassarsi non è stato tanto furbo, perché lato produzione è successo un guaio. Proprio mentre aumentava tantissimo il prezzo del petrolio, la Exxon ha cominciato ad avere problemi di produzione di greggio e NGL:

Dal massimo nel Q1 del 2007, 2’750 Kb/d, la produzione è scesa fino a 2’390 Kb/d a fine giugno 2008, cioè un crollo di produzione ben prima del crollo dei prezzi. Se dovessi contare anche il trimestre del crollo abbiamo una riduzione totale di 16%. Poi ai prezzi stracciati alla fine del 2008, con la necessità di generare cash flow l’azienda ha cercato di far decollare la produzione.

Ma ci sono riusciti solo parzialmente. Come si vede dal primo grafico sul Capex, è dal Q1 2009 che la Exxon ha aumentato aggressivamente gli investimenti in esplorazione e capitale, quasi 80% trimestre a trimestre. Su base annua sono 32%.  Nonostante questo, il greggio non si fa vedere. Ad oggi siamo a -18% rispetto al picco nel Q1 2007, e a -9% rispetto all’intensificazione degli investimenti dal Q1 2009. Gravissimo.

La situazione per Exxon viene un po’ smorzata dal fatto che quei 80% di aumento di investimenti hanno prodotto tanto gas naturale in più.

Produzione statica per 5 anni, poi nel 2010 un’aumento di ben 30%, e quest’anno probabilmente supera la cifra del 2010. Si tratta di 2 milioni di piedi cubi al giorno in più rispetto al Q1 2009.

Solo che da un punto di vista energetico, il gas non può competere con il greggio. Trasformando il tutto in BTU, la produzione totale di energia da fonti fossili è scoraggiante.

Quegli 80% di aumento di Capex si traduce in 13% di energia da combustibili fossili in più.

Per concludere:

  • La salita del prezzo del petrolio, e la produzione stabile, ha reso superfluo un’aumento degli investimenti in esplorazione durante gli anni grassi.
  • Il massimo di produzione, Q1 2007 coincide con un basso di Capex.
  • Dal basso di Capex nel Q1 2007 partono investimenti massicci, ma nonostante questo la produzione scende velocemente di un paio di percento al trimestre fino al minimo nel Q3 2008.
  • Gli investimenti continuano ad aumentare durante la crisi finanziaria, ma la produzione di greggio e NGL è ormai in declino.
  • Il notevole aumento di Capex nel 2010 non produce più greggio, solo più gas fossile.
  • Un’aumento del 30% di Capex dal 2009 risulta in un’aumento di 13% di contenuto energetico.

E ricordiamoci che quel contenuto energetico in più non lo mettiamo nel serbatoio, è praticamente solo elettricità.

Il datamining l’ho fatto solo per Exxon, che aveva i formati scaricabili più facili da usare, quindi non so se solo la Exxon ha questi problemi di ritorni energetici sempre minori per dollari investiti. Ho scritto alla Chevron chiedendo se mi mandavano un bel foglio excel. Per ora non hanno neanche risposto con un gentile “no”. penso che ci sarà da aspettare.

Ma credo che potrebbe valere anche per gli altri. Poca lungimiranza fino al crollo, e poi una chiamata a raccolta che ha qualcosa di disperato. Sono ormai 3 anni che la Exxon aumenta gli investimenti nella esplorazione senza riuscire a aumentare la produzione. Stiamo parlando di una delle aziende petrolifere con più risorse tecnologiche e di know-how al mondo. Possiamo dare la colpa per la mancata produzione ai mancati investimenti? Secondo me no. Alla fine siamo di fronte a limiti geologici.

Grecia: al verde ma ben difesa

La Svezia ha la sua Russia, e la Grecia la sua Turchia. La Svezia, di fronte a necessità di budget e necessità energetiche molto conosciute dai politici ma mai pronunciate pubblicamente, ha scelto di piegarsi a priori, distruggendo lentamente la difesa del paese.

La Grecia fa esattamente il contrario. C’è chi da la colpa all’IMF, leggi Merkel e Sarkozy, che in cambio del pacchetto di salvataggio un anno fa hanno costretto G-Pap a rispettare i contratti per miliardi di dollari già firmati prima della crisi finanziaria. Continua a leggere…

Grecia: al verde ma ben difesa

La Svezia ha la sua Russia, e la Grecia la sua Turchia. La Svezia, di fronte a necessità di budget e necessità energetiche molto conosciute dai politici ma mai pronunciate pubblicamente, ha scelto di piegarsi a priori, distruggendo lentamente la difesa del paese.

La Grecia fa esattamente il contrario. C’è chi da la colpa all’IMF, leggi Merkel e Sarkozy, che in cambio del pacchetto di salvataggio un anno fa hanno costretto G-Pap a rispettare i contratti per miliardi di dollari già firmati prima della crisi finanziaria.

Ma è più probabile che la Grecia continui a fare quello che hanno sempre fatto. Comprare armi per difendersi dalla Turchia, specialmente ora che la Turchia sta lanciando di nuovo occhiate ghiotte sul Cipro che vorrebbe esplorare in tranquillità le risorse di gas fossile trovati nel mediterraneo.

Soltanto che non si capisce dove la Grecia dovrebbe trovare i soldi, per i 400 tanker un po’ vecchiotti che stanno per comprare dagli US. Ci sono dei costi aggiuntivi, o per rimetterli a posto, o per fargli un upgrade. In più c’è da comprare 20 veicoli anfibi, solo una parte dei 75-100 necessari per completare il setup operazionale.

La Grecia è totalmente al verde ma continua a spendere per la difesa. C’è solo da chiedersi quanto c’entra il fatto che il vice-presidente della Grecia Evangelos Vanizelos fino a giugno fosse ministro della difesa.

Venizelos said it was his “patriotic duty” to take on the portfolio, saying he told colleagues at the defense ministry “I am leaving defense today to go to the real battle” to reduce Europe’s biggest debt load — almost 1 1/2 times the size of its economy.

Invece regala altri 500 giocattoli all’esercito, in un paese a rischio di golpe militare, almeno secondo la CIA. La Grecia, essendo il paese europeo che spende di più pro capite, di armi ne aveva già abbastanza, se volevano fare golpe contro lo stato o da usare Siria-style contro i greci che protestano in piazza Syntagma, per me c’è da pensare che vedano una minaccia reale dalla parte dei turchi.

Quindi l’ennesimo collegamento energia-spesa militare, per dire che meno energia possiede un paese, più spende in strategie per difendersi da chi l’energia, o le sue infrastrutture, la possiede.

Ok, eccetto la Svezia. Vedremo quale strategia sarà la vincente.

Tracciando la scarsità di energia

Da www.energyshortage.org

Quando avevo da poco cominciato a scrivere questi blog ho pensato che un modo per tracciare la crisi energetica futura era di stare attenta a storie nei media su luoghi e situazioni dove mancava energia, soprattutto in forma di carburante. Qua e qua e qua. Continua a leggere…

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