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Ricchezze medie e mediane

Quando un governo socialista vuole tassare ulteriormente gli elettori, può per esempio guardare la ricchezza media del paese. La ricchezza media è un modo molto stortato per misurare la ricchezza visto che solo in pochi casi felici rispecchia davvero la ricchezza della persona media.

Se prendiamo per esempio la Svizzera, che ha la ricchezza media più alta del mondo per adulto, secondo il Global Wealth Databook 2014, con 580mila USD, e lo paragoniamo alla ricchezza mediana del paese, che e di “soli” 106mila USD, si capisce che ci sono pochi soggetti estremamente ricchi che trascinano la media diciamo verso alto. La media è 440% più alto della mediana. Continua a leggere…

Osservatorio 14 gennaio 2012. China edition.

Notizie in rete negli ultimi giorni.

  • L’inquinamento a Beijing ha raggiunto livelli talmente alti che la popolazione è pregata di rimanere in casa e gli ospedali ricevono 7000 bambini con problemi respiratori al giorno. La vista nella città è inferiore a 100 metri, e tanti voli sono stati cancellati per l’impossibilità di atterraggio. Il paese che maggiormente beneficia dal nostro cap and trade sul carbone avrà spese mediche stellari per contrastare le malattie respiratorie e cardiache causati dai PM2.5. I punti PIL che gli regaliamo li perdono in salute. La differenza è cha la salute può sempre essere esternalizzata.
  • Numeri. Ormai non è solo la blogosfera che dice che il motore economico del pianeta sta falsificando le statistiche sulla crescita economica (e certamente anche sulle emissioni di anidride carbonica), ora anche Goldman Sachs e UBS suggeriscono che le statistiche sono un pochino inattendibili. I numeri comunicati semplicemente non corrispondono ai movimenti di merci nei porti.
  • La popolazione cinese sta rapidamente invecchiando, e ora sono 185 milioni i cittadini sopra i 60 anni, l’età di pensione. Le spese per le pensioni sono intorno a 200 miliardi di dollari (2011), e riguardano per ora solo la metà degli pensionati. Gli altri appartengono a categorie non ancora coperti, ma il governo è in procinto di estendere il sistema pensionistico a tutto il paese. Il sistemta pensionistico pare che sia un ibrido tra i nostri sistemi occidentali dove i giovani lavoratori pagano per i già pensionati, e conti individuali dove il lavoratore era costretto a mettere via anche la metà del guadagno. Questi ultimi sono stati razziati dai governi locali in difficoltà per i pagamenti dei pensionati. Per contrastare la piramide demografica, che sempre più assomiglia a un vaso cinese occidentale, si discute di aumentare l’età pensionabile, e di abbandonare la policy del figlio unico. Si va rapidamente verso una situazione dove il lavoro di una persona deve sostenere due genitori e quattro nonni.
  • L’acqua. Oltre all’inquinamento dell’aria, una popolazione sempre più anziana, e un’economia che probabilmente sta rallentando più di quanto possiamo sapere, la Cina ha dei seri problemi di acqua. Con il 7% delle riserve mondiali di acqua e il 20 % della popolazione mondiale già si parte svantaggiati. Molti dei fiumi più importanti dell’Asia hanno origine in Cina, e i paesi che dipendono dall’acqua cinese sono India, Pakistan, Bangladesh, Myanmar, Laos, Vietnam, Thailand e Cambodia. Ma l’inquinamento acquatico cinese, dove il 19% dei fiumi e 35% dei laghi son talmente sporchi che l’acqua non può essere usata neanche dall’industria, rischia di creare conflitti in tutta l’Asia. In più la scarsità ha reso necessario mettere in piedi un progetto di 60 miliardi di dollari per deviare risorse acquatico dal sud cinese al nord. Al nord ci sono tutte le industrie estrattive, ma anche la minore quantità di acqua. Vedremo sempre più PIL cinese dirottata in difesa, quando i vicini di casa cominceranno a protestare contro il furto di acqua?

L’altro oro nero continua galleggiando

Tutto il mondo e il suo gatto beve caffè. E il campionato appartiene decisamente alla Scandinavia. Sui primi sei posti ben cinque sono nostri. Il motivo si direbbe ovvio. L’inverno è lungo.

In forma grafica:

Scandinavia. Olanda. E la Svizzera. Curioso.

Se tiriamo dentro il clima rigido dei paesi grandissimi consumatori dovrebbe stupirci che sia la Polonia che la Russia sono più che moderati consumatori. Probabilmente dipende dal prezzo alto, è pur sempre una bevanda abbastanza costosa. A differenza della vodka, che invece di stimolarti a occuparti di cose più divertenti della neve, te la fai dimenticare.

Comunque sia, il mondo ne consuma sempre di piú, anche se pro capite non è cambiato molto. Dal 1991 ad oggi il la produzione, e quindi il consumo, è salito di 40%. Nello stesso periodo la popolazione mondiale è salita di 30%.

Produzione di caffè e consumo pro capite

Dati storici per produzione di caffè sono di http://www.ico.org.

C’è un picco del consumo pro capite intorno al picco della bolla IT. Indubbiamente tutti gli informatici dovevano restare svegli in qualche modo.

Secondo ICO una borsa pesa 60 kg. Se la raccolta del 2011/12 ha prodotto 131.000.000 borse sono 7,8 mln di tonnellate di caffè, poco meno dei 8 mln di tonnellate prodotte dalla raccolta 2010/11, e parecchio più dei 7,3 mln raccolti nel 2009/10.

E quindi perché il prezzo del caffè ha fatto quella corsa a partire dal 2010 e per buona parte del 2011, per poi crollare fino alla linea di resistenza storica?

Quotazione Arabica su ICE

 Ormai è un mesetto che la quotazione si aggira intorno a 1,5 dollari a libbra. Il picco è stato inizio maggio 2011 con più di 3 dollari.

La spiegazione potrebbe essere un occulto abbassamento della qualità che tu bevi a casa: Secondo Reuters i torrefattori nell’ultimo anno hanno cominciato a sostituire una parte crescente della pregiata Arabica con il più economico, ma anche più robusto, Robusta. Se avviene abbastanza lentamente i consumatori gradualmente si abituano al gusto più amaro.

Dovrebbero anche però abituarsi a una quantità di caffeina molto più alta, visto che Robusta ne contiene il doppio rispetto all’Arabica. Se gli italiani sono stati più nervosi e insonni nel 2012 che nel 2011, ora abbiamo trovato il colpevole. Non la crisi, ma il caffè.

Nel frattempo però la pressione sull’Arabica si è allentata e i prezzi sono tornati normali. Questo mentre invece la Robusta per quasi tutto il 2012 costava più dell’Arabica:

Arabica ICE vs Robusta Liffe

Sopra, Arabica in marrone e Robusta in verde. Robusta attualmente costa $c50 più di Arabica.

Le forze del mercato libero hanno funzionato alla grande quando alla fine del 2011 Robusta è diventato molto più economico dell’Arabica, e i torrefattori per non perdere margine hanno deciso per l’opzione “sostituzione”, spaventati dal fatto che anche noi consumatori stavamo decidendo per l’opzione “sostituzione”.

 Ma è improbabile che i torrefattori che hanno già abituato i consumatori a un altro gusto tornino indietro, anche se è sparito il vantaggio economico. Alla fine, quando i coltivatori si saranno adattati alle nuove richieste per Robusta, scegliendo anche loro l’opzione “sostituzione”, i torrefattori complessivamente avranno costi più bassi.

E consumatori ancora più assuefatti di caffeina non ne potranno comunque rinunciare, e continueranno a comprare le nuove miscele, anche se meno buone di una volta. I produttori potranno alzare i prezzi tranquillamente senza perdere quote di mercato.

Il futuro dell’economia è l’ecologia

In un vecchio post sulla Grecia chiamato Fisiocrazia/ON di febbraio ho descritto come i greci, che non hanno più accesso stile occidentale a idrocarburi a basso costo, in misura crescente tagliano legna per scaldare le case, come un’angolano qualsiasi.

La situazione greca non è certo migliorata rispetto all’anno scorso, quindi la scomparsa delle foreste greche al ritmo di 10% all’anno dovrebbe addirittura accellerare. Un ritorno alla fisiocrazia, che nel 1700 considerava la terra come l’unico fattore di produzione che generava un surplus.

Dopodiché, per un paio di secoli, l’occidente ha vissuto l’era degli idrocarburi fossili, sviluppando una teoria economica che sostiene che ci siamo liberati dai limiti della superficie terrestre produttiva. Un rigetto della fisiocrazia. In realtà gli occidentali hanno solo spostato le superficie sfruttati e le ore di lavoro extra, in regioni meno forti culturalmente e militarmente.

Dalla rivoluzione industriale in poi, europei e nordamericani hanno vissuto dall’irraggiamento solare immagazzinato nella crosta terrestre in forma di petrolio, carbone e gas. Ormai nessuno nega il fatto che l’era fossile sarà una parentesi breve nella storia umana, ma ci ostiniamo a credere nei biocarburanti come sostituto del fossile.

Cioè partiamo dal presupposto che la tecnomassa, creata in due secoli con gli idrocarburi risultanti da milioni di anni di irraggiamento, possa essere operata da prodotti derivanti dall’agricoltura. Ci rendiamo però subito conto che solo il parco macchine italiano abbia bisogno di un’area agricola il triplo di quello disponibile in Italia oggi. Solo per i biocarburanti. Dobbiamo anche mangiare.

E quindi, che si fa? La biomassa necessaria per le green refinery non sarà certo prodotta su suolo nazionale, ma per esempio in Indonesia, devastando i loro terreni con monoculture Monsanto.

Geniale. Visto che ha funzionato così bene a importare materie prime a bassissimi costi producendo fabbriche, ferrovie, e “cose” per liberare i nostri spazi fisici e temporali, a discapito dei paesi nostri fornitori, continuiamo la disconnessione dei nostri proprio terreni agricoli dall’economia nazionale, usando quelli del terzo e secondo mondo.

Ma a livello planetario abbiamo che la stessa agricoltura alla quale i nostri avi agrari avevano accesso, e della quale dovevano vivere di anno in anno, dipendenti da un anno solo di irraggiamento solare, dovrà riuscire a produrre cibo per 7 miliardi e crescenti anime e 1 miliardo e crescenti macchine. Impossibile non vedere conflitti all’orizzonte.

È decisamente raggiunta l’ora per gli economisti di spolverare la fisiocrazia, e uno ha già cominciato. Aspetto con curiosità a leggere cosa ne tirerà fuori Arnaldo Orlandini di ASPO, che parla della storica incomprensione tra fisiocratici e classici. Tutta colpa di Marx, per dire.

Carta straccia

Sapete che leggo regolarmente ZH e ogni tanto c’è un articolo che vale la digestione. Ieri il l’articolo “Can the Fed Ever Exit?” mette in luce la grandezza allucinante del bilancio della Fed, entro un anno di 4 mila miliardi di dollari, e la probabile impossibilità di uscirne. Il modo principale per uscire, meglio conosciuto come exit strategy, sarebbe la vendita, o ancora meglio, la maturazione.

Ma visto il mutamento del portafoglio Fed verso maturità più lunghe non è possibile per la Fed ridurre il bilancio tramite la maturazione delle obbligazioni. Una naturale maturazione a questo punto avverrà solo nel 2016 e allora solo nella grandezza di 250 miliardi. Ma gli asset di “troppo” valgono 2,5 mila miliardi.

Vendite. Una vera vendita è impossibile, perché il mercato prezzerebbe gli asset come se la Fed volesse tornare alla normalità, vendendo per i 2,5 mila miliardi che sono di troppo, e non per quei 200-300 miliardi che effettivamente farà. Un disastro per la Fed che si troverebbe con asset fortemente svalutate, ma con interessi da pagare finalmente a prezzo di mercato. Un mark-to market invece dell’attuale mark-to-fantasy.

Quindi non ci sono modo per la Fed di disporre degli asset comprati in questi anni. Non ci sono exit strategy che possano funzionare. Questi asset allora cosa possono valere? E la stessa cosa vale per ESM, ESFS, e anche la ECB che sono tutti li con le mani nella marmellata ammuffita comprando obbligazoni di sicurezza sempre più scarsa.

Nel caso delle obbligazioni soprattutto, gli stati emettenti devono, e non c’è proprio scampo, far fede ai loro impegni, e pagarli. Tutto qua, ma totalmente impossibile. La Grecia ogni volta è costretta a emettere altre obbligazioni per miliardi di euro, a interessi sempre più alti.

E la ragione perché tutti noi li lasciamo fare è perché i mercati finanziari non sono carinamente visualizzabili. L’immagine della signora che entra nella bottega “Credito su Pegno” sotto l’insegna “Presti a te stesso!!!”, fa pena, e tutti noi sappiamo che quell’anello non lo vedrà mai più. Ma sulla scala dai mille miliardi in sù perché ci fidiamo?

Semplicemente perché è molto più difficile da capire.

I paesi indebitati hanno visto i loro credit rating abbassati, e seguiranno altri abbassamenti. Il cestino pieno di obbligazioni sicure è sempre più leggero. Da qualche parte ho visto la cifra di 45% in meno dal 2007 ad oggi. Nonostante l’altro cestino, quello pieno di roba da buttare, è sempre più pesante. Stiamo pegnando i vecchi giocattoli dimenticati in cantina e le mutande della nonna.

Ed è li anche la spiegazione degli interessi bassi da record su carte considerate strasicure, quelle tedesche e quelle americane, per intenderci. Ma se quelle americane sono invendibili, per i ragioni di sopra, cosa valgono veramente?

Peak Hermés. Post per il venerdì pomeriggio.

Un amico recentemente mi ha chiesto perché non avevo partecipato all’IPO Brunello Cucinelli, visto che “il lusso regge sempre”. Non avevo una risposta buona, tranne che semplicemente non trovo che la moda sia molto interessante da quel punto di vista. E poi non sono mai stata convinta di quella tesi.

Avrei certamente potuto parteciparci come hedge contro i prezzi della lana in aumento - soltanto che è già un anno che la domanda debole dalla Cina, per mancanza di consumatori occidentali, sta correggendo i prezzi. Anche se arrivano notizie sconcertanti sulle temperature in Brasile dubito che la nuova classe media brasiliana abbia voglia di sostituire la domanda per lana del vecchio occidente. Conosco la moda brasiliana. L’India, ovviamente zero lana per motivi ovvii. Russia, manca la gente, e poi con prezzi del petrolio incerti il rublo non è abbastanza forte per sostenere una crescita della domanda. Continua a leggere…

Peak Hermés. Post per il venerdì pomeriggio.

Un amico recentemente mi ha chiesto perché non avevo partecipato all’IPO Brunello Cucinelli, visto che “il lusso regge sempre”. Non avevo una risposta buona, tranne che semplicemente non trovo che la moda sia molto interessante da quel punto di vista. E poi non sono mai stata convinta di quella tesi.

Avrei certamente potuto parteciparci come hedge contro i prezzi della lana in aumento - soltanto che è già un anno che la domanda debole dalla Cina, per mancanza di consumatori occidentali, sta correggendo i prezzi. Anche se arrivano notizie sconcertanti sulle temperature in Brasile dubito che la nuova classe media brasiliana abbia voglia di sostituire la domanda per lana del vecchio occidente. Conosco la moda brasiliana. L’India, ovviamente zero lana per motivi ovvii. Russia, manca la gente, e poi con prezzi del petrolio incerti il rublo non è abbastanza forte per sostenere una crescita della domanda.

Comunque, l’IPO BC è andato benone. A differenza di quella Facebook, che solo ultimamente ha ripreso un po’ del terreno perso, perché ora in giugno i fondi azionari che si basano sul totale mercato azionario statunitense sono semplicemente costretti a comprarlo.

Allora mi sono chiesto se è proprio vero che l’unica cosa che potrà reggere la crisi in borsa è il lusso. Inteso come gli articoli che il top 1% considera quotidianità. Per questo ho scaricato da yahoo i dati storici per Hermés, da paragonare a alcuni altri asset class per vedere se la tesi regge.

Ho voluto paragonare Hermés all’oro, al petrolio, al povero FTSEMIB, e a un asset class di stralusso, e cioè l’arte. Come l’oro anche l’arte è considerato un rifugio per tempi incerti. Purtroppo non ho trovato un indice scaricabile gratuitamente, ma sono inciampata su un asset che in realtà mi interessa molto di più. Anche se non consumatrice a quei livelli. Il fine wine index Liv-Ex 100.

Declared the “fine wine industry’s leading benchmark” by Reuters, the Liv-ex Fine Wine 100 Index represents the price movement of 100 of the most sought-after fine wines for which there is a strong secondary market.

Praticamente solo Bordeaux, un po’ di Champagne, e dall’Italia Ornellaia e Sassicaia. Tutti vini con un mercato secondario molto forte, cioè se lo compri oggi, fra 10 anni lo rivendi con guadagno.

Il risultato, normalizzato al luglio 2001:

Hermés ha semplicemente stravinto. Se in luglio 2001 investivo 10.000 euro e oggi rivendo sono un bel 426% di crescita o 52.000 euro in banca.Se guardiamo bene però è evidente come l’azione dall’estate scorso ha cercato di tenere il livello senza ultimamente riuscirci. Il picco in gennaio 2012 era di 545%.

Grande perditore ovviamente il povero FTSEMIB. Nessuna sorpresa li. È una specie di pneumatico da bici che si sgonfia al rallentatore quando i privati italiani per colpa della demografia sono costretti a lentamente liquidare gli investimenti. L’indice principale di Milano ha piccato nel 2007, con i primi sviluppi della crisi finanziaria.

E al quarto posto troviamo il vino, con 183% di crescita in questi 11 anni. Che solo un anno fa ha piccato con 290%, ed era al terzo posto. Sembra proprio che i mariti hanno rinunciato alla bottiglia di Bordeaux fine con almeno sei mesi di anticipo sulla borsa Hermés della moglie. Perfettamente comprensibile. Keep up with the Joneses vale a tutti i livelli, e la borsa Hermés si vede meglio della bottiglia in cassaforte.

Al secondo posto troviamo l’oro con 314%, ma solo un mese fa ci sarebbe stato il petrolio al secondo posto, e un anno fa l’oro era addirittura al quarto posto. L’oro però come unica classe d’investimento non ha un picco visibile, anzi camminando lentamente sta raggiungeno una dopo l’altra delle classi. Perché come vediamo, durante la crisi del 2008 l’oro non ha fatto una piega, se non insù.

Luglio 2008: il petrolio crolla.

Agosto 2008: il Liv-Ex crolla.

Ottobre 2008: le borse Hermés crollano.

Ma l’oro regge. Fa una pausa, poi riprende.

La mia previsione quindi è che fra meno di anno l’oro abbia raggiunto anche Hermés.

Crollo della sanità in Grecia

Le notizie dalla Grecia sono sempre più preoccupanti. Ho ricevuto notizie anedottali che sulle isole vacanziere si continua la vita di sempre, caffè al bar, tranquillità, e fior di case in costruzione, certamente con i contributi dell’UE. Ma nelle grandi città, e specificamente negli ospedali, la situazione pare disperata.

In Europa secondo la WHO ogni anno muoiono (pdf) 25.000 persone di batteri resistenti agli antibiotici. Una situazione con crescita fra poco esponenziale. Continua a leggere…

Crollo della sanità in Grecia

Le notizie dalla Grecia sono sempre più preoccupanti. Ho ricevuto notizie anedottali che sulle isole vacanziere si continua la vita di sempre, caffè al bar, tranquillità, e fior di case in costruzione, certamente con i contributi dell’UE. Ma nelle grandi città, e specificamente negli ospedali, la situazione pare disperata.

In Europa secondo la WHO ogni anno muoiono (pdf) 25.000 persone di batteri resistenti agli antibiotici. Una situazione con crescita fra poco esponenziale.

Da WHO:

more than 25 000 people in the European Union die from infections caused by antibiotic-resistant bacteria each year. … Since this resistance has no ecological, sectoral or geographical borders, its appearance in one sector or country affects resistance in other sectors and countries.

La Grecia ha in passato avuto il più grande uso, o abuso, di antibiotici di Europa, e soffrono di una cronica mancanza di infermiere. Secondo l’articolo bloomberg di febbraio la Grecia stava ormai da anni lottando contro un superbug che nei peggiori dei casi uccide il 50% degli affetti, se già deboli di altre malattie:

The hospital-acquired germ killed as many as half of people with blood cancers infected at Laiko General Hospital, a 500-bed facility in central Athens.

Un medico difende la Grecia dicendo che il paese non pone una minaccia per Europa, ma è certamente ingenuo pensare che non lo sarà fra poco. Come dice la WHO, i germi non conoscono confini.

Studies of cross-border transmission show patients arriving in a European country with a carbapenem-resistant infection are almost four times more likely to have just been in Greece than any anywhere else.

I medici lottano perché le pochissime infermiere si prendano il tempo per lavarsi le mani. Lotte di un secolo fa. Come anche quella di dividere persone che hanno preso i germi resistenti dagli altri pazienti.

Già prima della crisi i pazienti erano costretti ad allungare una bustarella, chiamata “fakelaki”, per assicurarsi un buon trattamento. Ma ora gli ospedali lottano per avere le medicine, il governo non riesce a pagare il debito di quasi 800 milioni. E allora la bustina non serve proprio più.

Ospedali non danno più antidolorifici, e eseguono operazioni solo urgenti. Il materiale scarseggia e sono costretti a riutilizzare per esempio lenzuola per più pazienti. E se ti capita l’ospedale dell’isola di Leros, non avrai neanche da mangiare.

Che ci porta al problema turismo. Come già detto, le strutture turistiche e no sulle isole sembrano di reggere. Ma se ci vai, ricordati un bel cofanetto di medicine.

Già, l’Italia non ha bisogno di aiuto

Ed ecco le parole di Monti che non volevamo mai sentire, perché equivalgono al fischio di partenza per la Golgata versò il bailout: Italia non ha bisogno di aiuto. Riferito da tutti i giornali in modi diversi, ma comunque è fatta.

Spagna.

Portugal.

Grecia.

Irlanda. Continua a leggere…

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